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QUI LIBRI  n° 35 - maggio 2016

Che fine hanno fatto gli intellettuali?

in copertina Ugo La Pietra

 

recensione di Luigi Cannillo

a Ida Travi - Poetica del basso continuo

Moretti&Vitali 20015

nota per esteso QUI

Tre libri :

Ta' poesia dello spiraglio e della neve

Il mio nome è Inna

Katrin Saluti dalla casa di nessuno

Titolo del sito

 

in Il Manifesto Cultura 8.02.2014

nota di Luigi Bosco

 

Ne ha per tutti Katrin, la donna-bambina protagonista dell’ultima raccolta poetica di Ida Travi Katrin. Saluti dalla casa di nessuno (Moretti&Vitali 2013, pp. 48, euro 15,00). Con questo nuovo libro Ida Travi prosegue l’originale percorso tracciato con TÀ poesia dello spiraglio e della neve e Il mio nome è Inna, inaugurando il ciclo di ciò che in altre occasioni ho avuto modo di definire ‘nuova mitologia contemporanea’, un’ epopea postmoderna che narra non le lunghe gesta di grandi eroi, ma i gesti brevi di chi semplicemente è sopravvissuto. Un’odissea contemporanea che disegna mappe inedite e conduce ad approdi sorprendenti. Come nota Alessandra Pigliaru nella sua postfazione, i personaggi che animano la poesia di Ida Travi stabiliscono un’occasione unica nel panorama poetico contemporaneo e diventano essi stessi il passaggio verso la profondità di una storia che è anzitutto la loro.» Il luogo inospitale di Katrin. Saluti dalla casa di nessuno sembra un ex deposito polveroso «da tutti chiamato casa, o casa di nessuno.[...] Chi passa dal vialetto lì accanto getta uno sguardo e pensa: presto la casa sarà demolita, tutti dovranno andarsene». Da «dietro le inferriate, oltre il vetro rotto» si vedono andare e venire Katrin, Usov, Suri e Van: quattro esseri umani «dai nomi mondiali» appartenenti alla «schiera dei parlanti, da tutti chiamati Tolki». «Penso a un Tolki - scrive Ida Travi in esergo - come a un parlêtre, un essere marchiato dal linguaggio. Parlêtre è un neologismo di Lacan che fonde l’essere al linguaggio, nell’atto della pronuncia». Con l’obiettivo di «rompere con la tradizione della metafisica intenta a “pensare l’essere”» piuttosto che farne esperienza, i Tolki «assumono su se stessi il peso d’un linguaggio povero, duro come una colpa, leggero come una liberazione», proprio come il linguaggio degli snapshot poetici di Ida Travi. È la sintesi di brevità, immediatezza e intensità dei versi a suggerire l’analogia: i componimenti di Ida Travi possiedono la fugacità delle istantanee; hanno una struttura effimera, precaria, proprio come il presente che narrano. E come per ogni presente, ciò che in essi vi è di importante non è tanto quel che accade e passa, ma la traccia che del passaggio resta. Il meccanismo è quello proprio dell’ascolto. E infatti la poesia di Ida Travi è strutturalmente intrisa di un’oralità forte delle tipiche figure retoriche e dall'uso costante della ripetizione. Arcaicità e contemporaneità sono i tratti tipici della poesia di Ida Travi, sempre risultato di un gesto di spoliazione: «Ogni mattina, a turno, i quattro gettano il grembiule a terra e restano lì, vestiti di poco o niente. Allora si riconoscono l’un l’altro, nella ruggine, nel candore». E in questa ruggine e in questo candore si raccontano, verbalizzano il loro riconoscersi: fanno luce. Così, quando gli occhi si spalancano sulla nuova visione, tutti pensano: « no, la casa non sarà demolita, nessuno dovrà più andarsene». L’etimologia ci insegna che la poesia è prima di tutto un fare; cioè un gesto. Mi figuro il gesto di Ida Travi come un’unghia che, con ostinata delicatezza, gratta una superficie preziosa ma corrotta, resa invisibile dagli strati di ruggine, polvere e oblio che la ricoprono. Il mondo che si intravede sotto la crosta della storia non appartiene a un universo parallelo: non è un altro mondo, ma questo mondo. L’invito della Travi a un recupero del rapporto dell’essere umano con la (sua) natura non nasce dalla nostalgia del passato né da un rifiuto dell’intelletto tout court; piuttosto è il frutto del presagio di un presente che già accade sotto gli occhi di chi ha guardato troppo il dito dimenticando di vedere la luna. E infatti «… com’è cieca la rosa rossa…| Non vede la mano la rosa rossa, non distingue | il miracolo dal castigo». Katrin possiede un’alta dose di realismo. Il riconoscimento della gravità della situazione - «Il mondo è a pezzi, tu non lo rimetterai | insieme col tuo sputo» - non si traduce in un pessimismo cosmico e inoperoso, atrofizzante. Al contrario, la raccolta è sottilmente disseminata d’un certo ottimismo esistenzialista, nel senso del precetto esistenziale della responsabilità dei propri atti. “Qui c’è il libero regno del tuo spirito | Usov, tutto dipende da te ». Pure si intravede qualche speranza - «Ci salteranno in braccio, i fiori | ci salteranno addosso, i fiori | nell’improvviso singhiozzo del prato» - a controbilanciare una altrimenti troppo penosa condizione - «Il mondo non è meraviglioso | non viene a salutare, niente culla». Così, anche se il mondo ha perso la direzione e non resta altro che «cecità», Katrin ne è sicura: «Usciremo da questa storia». La speranza è che abbia ragione, anche se fa paura pensare di che altro saremo capaci : «Poi è venuto il sonno generale | come un falco è venuto | il sonno generale | e tu che hai fatto? | che hai fatto?… | Hai soffiato sul lume | perché non capisci niente | niente! ».

 

 

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In Recensione 6.2.2014

per Europa in Versi

in http://www.lacasadellapoesiadicomo.it/Blog.aspx?art=154

 

Ida Travi: La memoria del presente nella Terra di Zard

di  Wolfango Testoni

 

 

Ida Travi da anni si inoltra nella trama senza fine della sua poesia attraverso microcosmi di case rosse, di fabbriche, di campi prosciugati nel silenzio della neve e di quotidiane stanze, maturando lentamente la parola seminata nella terra di Zard.Zard terra simbolica, dove le cose si mostrano a brani e schegge di improvvise apparizioni atte a segnalare una traccia che, in qualche modo, aiuti ad orientarsi nel mobile flusso delle apparenze:“..../Esci e sei nel deserto/ Ma in fondo.../guarda, là, in fondo/ un cedro, un cedro!.”I suoi personaggi: Zet, Nikka, il piccolo Sasa e Inna – Da cui prende il Nome l´omonimo libro edito nel 2012 da Moretti &Vitali - attendono qualcosa da sé e dagli oggetti. E´ una terra in formazione che ricerca la parola. La sua poesia dice qualcosa che non finisce e che nel passato rinfresca la memoria del presente.“Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto” Dice San Paolo nella Lettera ai Romani.La sua voce si nasconde tra i pochi testimoni di questi luoghi topici, ne prende i vizi, le inflessioni, il colore, lasciando il lettore nel continuo dubbio su quale sia la voce originaria, la vera voce, che da sempre, si fa carico di raccontare il vero: “ Ho poche parole e m´arrangio con quelle/ non voglio far torto a nessuno/ non voglio incantare nessuno/...La sua è una poesia corale, di composizioni brevi,perché i suoi personaggi, appunto, parlano poco cercando, in qualche modo di stringere in sé la fatica delle cose. A Zard non si usa scrivere perché nella terra di Zard “... scrivere è un castigo” Scrivere è fissare, incidere ciò che inevitabilmente si trasforma rendendo la parola scritta involontaria menzogna. Da qui la sua voglia per una poesia che aspiri all´oralità, a quella affabulazione che rimanda al teatro, alla tragedia greca abitata da figure mitiche offerte ad un pubblico in grado di sentire il flusso intermittente dei significati – L’aspetto orale della poesia, uscito anni fa in prima edizione per Anterem (2000) e rieditato, in III° edizione, da Moretti&Vitali nel 2007. - Una poesia controcorrente che quasi aspira al silenzio. Che cerca nel passato un presente vivo, e viceversa – vedi il mondo greco o la breve stagione dei poeti contadini sorta in Russia alla fine del XVIII secolo -.La parola, per Ida Travi è nutrimento – Come non pensare alle sacre scritture? Al Verbo? -, è utensile, oggetto da comprendere, usare, manomettere. Parola che, lentamente, si trasformerà in altro fuggendo alla sterile fissità di significati acquisiti. ”Azzardo a dire che la poesia di Ida Travi non è nemmeno più la sua ma, piuttosto, una anonima tragedia in divenire che appartiene a tutti perché tutti, con i loro vizi, speranze, abitudini, partecipano in qualche modo alla messa in scena di una trama che non è mai definitiva. Nella sua opera sorgono e agiscono anime del passato con la stessa naturalezza di una comparsa a cui si affida tutto il sacro del mondo – vedi Diotima, la saggezza donna che per un istante getta la sua voce nel Simposio -, un mondo attaccato alla terra perché gli uomini sono diversi dagli Dei e se sbagliano, gli uomini, è per sempre.Il quotidiano così apparentemente rurale dei luoghi raccontati è un microcosmo composto da monadi in continua fibrillazione che si assemblano e si distanziano in un´opera che è forse un´unico libro, come le saghe, come l´epos, in cui i canti, benché autonomi nella loro bellezza, concorrono però a un disegno complessivo. La poesia Ida Travi, poesia a tratti oracolare, richiede a tutti noi, per essere “ascoltata”, la capacità di ritornare alla favola originaria che da sempre canta la creazione.

 

Wolfango Testoni

6/02/2014

 

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in POESIA Crocetti Editore n° 272

Nota di ROBERTA BERTOZZI

Tà, poesia dello spiraglio e della neve, Moretti & Vitali, Bergamo 2011, pp. 168, € 14,00

 

L’opera di Ida Travi mi sembra darsi come un tutto organico, soprattutto per effetto di una grande coerenza stilistica, di una peculiarità espressiva che incide anche sugli aspetti tematici delle singole prove, spesso abbassandone la definizione, trasfigurandoli in un modello atmosferico. È ciò che accade anche in questo nuovo volume, dove ogni contenuto della mise en scène si compie entro una dimensione indeterminata e rarefatta, in una sorta di veglia interrotta da minimi soprassalti. A sollecitare queste puntuali epifanie sta una breve sillaba, tà, trascrizione onomatopeica di un rintocco, uno scatto, un taglio – segnale dell’avvento di una discontinuità nella sostanza monotona e opaca del tempo. Ed è proprio in queste soglie, in questi squarci dell’uniformità del fondale, che si situano i sette personaggi del libro, emblemi di una umanità in estremo stato di abbandono, condannata a una irredimibile attesa: “Parlano una lingua ridotta all’osso. Sono in conflitto tra sé e sé, e sono in conflitto tra loro. Si vergognano di una parola in più. (…) Aspettano, ma cosa?”. Possono diventare pienamente attori di questo spazio solo quando interpellati, supplicati, provocati, incoraggiati: solo nella latente possibilità di incarnare una destinazione del discorso. È come se l’autrice donasse loro un compito vocale che essi raramente trattengono, secondo un procedimento consueto della sua lirica, e che ne decide, a mio avviso, il carattere: perché, distante dal monologo così come da strutture dialogiche, la sua poesia si costituisce principalmente come un appello, come l’atto di spronare l’interlocutore, sotto la pressione della voce narrante, a riappropriarsi del linguaggio. Ogni testo diviene il banco di prova di questa azione, cristallizzando individuati archetipi o modi della percezione, dell’emozione e dell’esperienza umana; l’intero libro articolandosi come un deposito di gesti, di sentimenti, di comportamenti, di decisioni. Una prossimità, dunque, a uno strato originario, rinforzata anche dall’essenziale spettro semantico impiegato nei versi e da una propensione per gli enunciati a funzione fàtica e conativa, per un tipo di eloquenza improntata, di nuovo, a ottenere una reazione nel destinatario, un suo coinvolgimento. Nell’attuare una perfetta fusione fra situazione drammatica e dominante fonetica la sua scrittura tende così ad assimilarsi a un ibrido drammaturgico, in forza anche della notevole capacità dell’autrice di conservare, nella pagina, i valori veicolati dalla pronuncia, tutte quelle flessioni, increspature, sbalzi, dissolvenze che formano la nostra radice linguistica. E se, come ha scritto Jean-Luc Nancy, l’ontologia è una fonologia, l’impressione è che la sua poesia sia proprio tesa a verificare questo assunto; tesa a considerare l’espressione acustica non tanto in quanto medium o come articolazione di un discorso, quanto come rivelazione del nostro essere, di quel primo, e definitivo, stampo di noi che solo la parola a viva voce sa realizzare. Roberta Bertozzi

 

 

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in Il manifesto 15.12. 2013

POESIAEsercizi di rinuncia nei versi di Ida Travi

di Chiara Zamboni  

 

11 CULTURA Qual è il modo giusto per vivere il nostro tempo, il tempo presente che ci avvolge, rispetto al quale molti rimangono indifferenti e ciò costituisce non la loro ma la nostra vergogna? Questa domanda è il filo orientante del testo poetico di Ida Travi, Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso (Moretti & Vitali 2012), commentato con molta finezza da Alessandra Pigliaru nella postfazione. Questo filo, certo, non è espresso esplicitamente ma è coglibile di pagina in pagina. Ida Travi ci propone un esercizio di alterità all’interno del presente, non nel senso di rifugiarsi in un altro mondo diverso dal nostro, piuttosto, rimanendo in questo, mettere in atto un esercizio di spoliazione. Questo gesto non va confuso con un percorso di ascesi. È invece un passo indietro, un denudamento che è contemporaneamente un dire sì al mondo. Disfarsi del superfluo e benedire la realtà, questo è l’essenziale di Il mio nome è Inna.Il dramma di questo tempo presente viene mostrato in diverse sfaccettature come nei riflessi di un prisma. Inna abita il casolare rosso assieme al bambino, alla vecchia e all’uomo: ecco il luogo dove veniamo invitati a seguire Inna nei suoi gesti quotidiani che sanno aprirsi al mondo e contemporaneamente disfano ostinatamente le maglie soffocanti, intessute ferocemente da chi fa solo quel che gli pare e tutto gli pare niente perché ha sciolto il vincolo di dipendenza dalla realtà. Non gli rimane tra le mani che polvere.Il primo esercizio di spoliazione è rinunciare alla lingua superflua. Al dire tanto, tutto quello che viene in mente. Al dire e dire. Ida Travi riprende qui uno dei suoi temi poetici più importanti, già espresso in L’aspetto orale della poesia, e cioè il legame sorgivo, fertile con la lingua materna, la lingua delle parole semplici, che ci pongono in rapporto con le cose concrete, che assumono una qualità sacra. È Inna a dire: “Vivo come prima della scuola/con la sedia girata/contro il muro/(…)ma conosco il mio nome/so bene dov’è il mio petto/- il libro, il cucchiaio/la zappa, il catino”. Parole quotidiane. E anche: “Ho poche parole e m’arrangio con quelle/non voglio far torto a nessuno/non voglio incantare nessuno”. Questo liberarsi dal superfluo non salva, lei dice, dalla notte, dalla mancanza di un orientamento e di un senso. E’ avvolto dalla notte sia chi usa troppe parole dicendo quel che vuole senza radici, sia chi compie questo esercizio di spoliazione linguistica. L’uso della lingua materna non ci porta immediatamente salvezza, ma è la via principale che conduce ad un esercizio di alterità nel mondo. Questo crea effetti di scrittura. La risonanza poetica di questa lingua allusiva e concretissima è qualcosa di toccante. È ciò che rimane più impresso leggendo queste poesie di Ida Travi. Lo stile della lingua indica uno stile di vita.Molti sono i temi mistici in questo dramma poetico. Penso innanzitutto al ritirarsi nella casa rossa, nella stanza segreta, per far affiorare – facendo vuoto - in modo più autentico il mondo. Nella mistica tradizionale ciò porta all’incontro con il divino, qui l’incontro desiderato – mai certo - è con la realtà.In questo senso si percepisce Il mio nome è Inna come un esercizio indirettamente politico. Di una politica che implica accogliere tutto il mondo nel segreto più intimo e restituirlo alla visibilità in modo da offrire a sé e agli altri vie nuove da seguire. Condivise. Stessa risonanza ha l’altro grande tema mistico della dialettica tra la notte e la luce: dove c’è notte, c’è attesa della luce. Anche questa attesa di segni nuovi, di modificazione, è ciò che la poeta può offrire alla sua epoca. Offerta di cui avverto l’aspetto indirettamente politico. È una politica esperienziale di radice femminile. Leggendo Il mio nome è Inna ho trovato somiglianze con il mito di Inanna. Della dea che per scendere agli inferi e ritrovare la vita si spoglia di tutti i propri segni regali. Ora, in questo spogliarsi la tessitura della poesia di Ida Travi si coagula attorno ad altre diverse gemme preziose, costituite qui dai colori, che si caricano di un forte simbolismo. Il rosso del casolare, della luce dell’interno, rosso alchemico e segreto. Il verde della paura, il blu del benedire, il bianco della neve, sospensione enigmatica del tempo. Nel mentre che la lingua si spoglia, si accendono i colori con una forza e una qualità orientante. Come stelle polari.

 

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in Letteratu.it    15.11. 2013

nota di Costanza Lindi

 

 

TA' Un luogo dove il tempo è scandito da gesti e domande ripetute.

 

“Tà, Poesia dello spiraglio e della neve” (Moretti e Vitali, 2011) è una raccolta della poetessa Ida Travi attraverso la quale il lettore in stretto contatto col mondo in cui vive, un mondo ricco di esseri umani che l’autrice stessa descrive a modo suo: Sono esseri comuni, sono post. Post-studenti, ex-lavoratori, viandanti. Uomini e donne trasfigurati dalla poesia vivono in un luogo austero. “Tà” ricorda una lancetta, un colpo di bastone, una porta che sbatte, la porta che lasciano dietro sè gli individui più volte nominati nella raccolta, esseri mondiali che si fanno simbolo di una società viva e fervente: Olin, Attè, Antòn, Katrìn, Usov; personaggi che la Travi lascia appena intravedere tra i suoi versi come fossero presenze di passaggio (... )

 

Gli antichi greci con Tà annunciavano la natura plurale delle cose e degli esseri del mondo. Ma ora a guardar bene, qui c’è solo neve… c’è solo tanta neve. Per amore della verità abbiamo rinunciato a ogni abbellimento. “… mi senti ancora, Olin?” Tutto è così familiare, tutto è così silenzioso…

 

La raccolta è articolata in cinque sezioni a predominanze tematiche : La terra, Il ramo, Il castigo, Il grido, Il bambino. Ogni componimento fa parte di un grande quadro tematico unificato ad altri all’interno dell’intera silloge, e tutto questo è reso dalle parole della poetessa non con la tecnica del racconto in una prosa poetica, ma talvolta evocando, alludendo e lasciando intuire spunti di riflessione affascinanti e stimolanti. La pace auspicata e dietro alla quale la stessa autrice si ritrova a correre, fugge assieme al ticchettio di un orologio, trattandosi forse di una pace innocente, perciò ormai perduta. Nella raccolta è presente il continuo tentativo di far rivivere qualcosa di fuggito nel tempo, riconoscendoci comunque vivi nel battito del nostro polso, altrettanto scandito. Si avvia a questo punto, nella silloge della Travi, un’esplorazione attraverso luoghi inconsueti e sconosciuti nei quali la poetessa rintraccia i simboli di qualche segreto nascosto, ad esempio nella seguente poesia: Ritorna in te, tògliti dalle rose. /Superbe nella loro natura svettano / come irriducibili bandiere. /Questa è la verità, Inna / non puoi discutere con le rose hanno sempre ragione loro.

 

Ogni cosa ha un significato ben preciso, nascosto o evidente, che non si può ignorare né deviare.

Tà sta anche in questo, nelle sentenze, moniti o nei suggerimenti che ogni granello di polvere pronuncia con decisione all’orecchio di chi non riesce ad essere distratto. In diversi descrivono la raccolta come “un poema di voci”, voci che gridano e voci fatte di aromi evocativi e di silenzio.

Dite ai petali ch’è tutta colpa loro,/ tutta colpa della loro tenerezza. /Dovevano pur dire che pena /sbocciare in aprile e finire di colpo /sotto lo zoccolo d’un cavallo… ma se solo tendete l’orecchio, se solo /tendete l’orecchio e ascoltate, / sentite anche voi quel respiro quel fiato?

 

La neve è caduta sulla neve, l’erba è cresciuta sulle nostre mani. La poetessa è un’osservatrice, assapora il colore dei fiori in più di una poesia come fossero degli angeli custodi, che si curano dei nostri eventi, dei nostri umori e del loro profumo, grande mezzo per comunicare. L’erba ci chiede scusa /ma noi non perdoniamo, vero? /Legheremo i capelli alle radici, / avremo il bene eterno, non questa colpa, vero? / Noi abbiamo l’amore, Olin È una ruota in discesa, /non lo fermi è come il fazzoletto quando cade / noi saremo felici in terra non staremo per sempre in questo enigma.

Ida Travi  in poesia2.0
a cura di Luigi Bosco